Manutenzione e cura del territorio e del paesaggio
In un periodo di crisi come quello attuale, ancora una volta tendiamo a trascurare le problematiche del territorio in nome di un “salvifico” sviluppo “a tutti i costi” che dovrebbe risolvere ogni problema, prima di tutto quello occupazionale.
In realtà, trascurare i temi posti dall’ambiente, come hanno dimostrato i tragici avvenimenti degli ultimi anni (alluvioni, frane, dissesto idrogeologico, fino ai recenti allagamenti di cantine e garage posti sotto il livello campagna), comporta alla fine un maggior esborso di denaro, oltre a un costante abbassamento della qualità della vita.
Tutto questo viene nascosto in nome della “emergenza” di turno, di fronte alla quale nessuno può sollevare dubbi o additare responsabilità in quanto, appunto, “emergenza”, ovvero “circostanza imprevista”. In realtà di imprevedibile, in tutti gli avvenimenti di dissesto del territorio, non c’è nulla. Sono solo conseguenze prevedibili di scelte attuate dagli amministratori di turno per soddisfare le richieste dei propri cittadini elettori.
Proprio questo periodo di crisi ci consente, invece, di fermarci a osservare dove ci ha portati il nostro modello di sviluppo attuale e di ripensarlo. Non utilizzando chissà quali criteri innovativi ma, semplicemente, applicando tutti quegli accorgimenti che, per centinaia di anni, avevano consentito al nostro territorio di essere esente da quei dissenti che invece, oggi giorno, sembrano perseguitarci.
Proponiamo, quindi, una corretta e costante manutenzione e, là dove necessario, un corretto restauro:
- dei corsi d’acqua, da mantenere efficienti e da riaprire là dove, incautamente, chiusi;
- dei terreni agricoli, da conservare, da migliorare qualitativamente e, semmai, da aumentare anziché depauperare in favore di nuove colate di cemento;
- delle aree verdi e degli spazi pubblici, a cui restituire la dignità che meritano per quello che questa parola dovrebbe significare, ovvero luoghi dell’intera collettività;
- degli alberi e, in particolar modo, delle alberate storiche che ancora costellano il nostro ambiente, sia per la loro valenza, appunto, storico-ambientale, sia perché si fanno carico di tutelarci nostro malgrado (un faggio centenario assorbe in un'ora 2,5 kg di CO2 e restituisce all'atmosfera 1,7 kg di ossigeno, quantità che è utile alla vita di 10 persone; un ettaro di bosco trattiene, in un anno, 50 tonnellate di polveri);
- degli edifici esistenti, per evitare il loro degrado e il loro conseguente abbandono e per garantire, attraverso il loro adeguamento e riutilizzo, quei volumi necessari alla crescita della comunità senza dover sprecare ancora risorse ambientali, e senza ulteriori oneri per la collettività, determinati da nuove reti di servizi quali fognature, illuminazione, strade, da costruire e poi mantenere;
- delle strade, che devono tornare a essere luoghi che uniscono e non, come sono diventate oggi, luoghi che separano. Luoghi di vita su cui affacciarsi e ai quali affidarsi, e non terre di nessuno, da cui togliere la vista delle nostre case per proteggerle; invivibili e su cui spostarsi solo chiusi dentro scatole sempre più grandi, sempre più distanti;
- dei rapporti tra le persone, da mantenere e restaurare restituendo dignità alla parola, al dialogo e allo scambio; tutto questo non è possibile se non restituendo ai luoghi la dignità che devono avere per svolgere questo compito: prima di tutto le piazze, con le loro funzioni di commercio, di servizi pubblici, di “necessità” di andarci e di “piacere” di fermarsi; non c’è comunità se non può riconoscersi in un luogo; non può esserci civitas, cittadinanza, senza un luogo che la rappresenti, senza un luogo che mostri fisicamente la presenza e, contemporaneamente, l’appartenenza di e a una comunità. Restituire dignità al dialogo significa far tornare le piazze alla loro funzione di sempre, svilita oggi da parcheggi piuttosto che da ipermercati, o peggio dall’incuria.
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